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Doppia imposizione, intervenga il Governo italiano

di Franco Narducci

Non vi è dubbio, l’argomento che in questi ultimi mesi ha suscitato un interesse straboccante nella comunità italiana in Svizzera è uno e soltanto uno: lo scambio automatico di informazioni finanziarie a fini fiscali, frutto dell’accordo bilaterale e dei suoi seguiti, firmato da Italia e Svizzera il 23 febbraio 2015.

Gli eventi a carattere informativo organizzati dai Patronati in ogni angolo della Svizzera hanno fatto registrare sale stracolme come non accadeva dai tempi delle iniziative antistranieri (meglio detto, antitaliane) e della Mitenand-Initiative alla fine degli anni ’70.

Ma che cosa significa di preciso questo AIA (Automatischer Informations-Austausch), di così grande attualità, ma anche di grande preoccupazione per i nostri connazionali emigrati? L’antefatto sta nelle politiche antievasione avviate dall’Unione Europea e altri Stati, che hanno spinto numerose piazze finanziarie internazionali ad adeguare gli strumenti di cooperazione tra Paesi per la lotta all’evasione fiscale. La Svizzera, per esempio, ha ampliato il modello degli accordi sulla doppia imposizione fiscale adottando lo standard OCSE e, in questo contesto, ha sottoscritto una convenzione multilaterale sullo scambio automatico delle informazioni a fini fiscali, che consente di accedere alle informazioni reciproche (tra Stati sottoscrittori) sui conti finanziari per una tassazione completa da parte di tutti i cittadini. 

Lo scambio delle informazioni verte in particolare sui beni mobili posseduti (reciprocamente) dai soggetti fiscali all’estero, ovvero conti bancari e/o postali, banche depositarie, società d’investimenti, società d’assicurazioni, ecc., non dichiarati correttamente al fisco in Svizzera o, viceversa, in Italia per gli italiani che vi risiedono e hanno beni mobili o immobili nella Confederazione Elvetica.

A questo punto il lettore si chiederà cosa c’entrano i beni immobiliari, ovvero case e terreni posseduti in Italia dai cittadini emigrati in Svizzera, con questo accordo. I beni immobili, secondo gli accordi vigenti, sono soggetti ad obbligo fiscale nello Stato in cui sono ubicati, ma sono comunque da dichiarare al fisco del Paese di residenza (cioè la Svizzera) che procederà a determinare l’aliquota tassabile, calcolata sul reddito totale, ovvero sul patrimonio complessivo risultante nei due Paesi. Aliquota che sarà applicata al solo reddito fiscale soggetto a imposizione nel Paese di residenza.

Senza voler recare sfregio alla delicatezza del tema, occorre ricordare che l’Italia ha perseguito a lungo l’obiettivo di reperire significative risorse con la lotta all’evasione fiscale, cioè ai capitali depositati in Svizzera, come gli scudi fiscali di tremontiana memoria ci ricordano. Obiettivi che hanno generato tensioni altissime tra Italia e Svizzera, tra l’altro non del tutto scomparse.

Conosciamo bene il significato di tutto ciò ai fini delle relazioni internazionali, ma allo stato degli atti è lecito dubitare che i nostri negoziatori abbiano riflettuto sulla doppia imposizione fiscale che grava sugli italiani emigrati in Svizzera, perché di questo si tratta.

Il grandissimo interesse che citavamo in apertura di questo articolo dimostra quanto esteso sia il patrimonio immobiliare posseduto dai nostri emigrati in Italia. Un patrimonio in gran parte ereditato ma anche acquistato o edificato direttamente negli anni passati, con investimenti frutto del lavoro svolto in Svizzera. Un patrimonio sul quale i nostri connazionali pagano le tasse in Italia (IMU, TASI, ecc.), anche quando si tratta di prima casa, a meno che il soggetto non sia pensionato.

Se la casa posseduta e tassata in Italia contribuisce a pagare tasse maggiorate in Svizzera, senza che, per altro verso, siano ammesse a detrazione spese di manutenzione e quant’altro sostenute per tale patrimonio in Italia, a noi pare che ciò osti con il principio cardine degli accordi contro la doppia imposizione fiscale. Vi sono poi Comuni svizzeri che al cittadino che dichiara la propria casa in Italia applicano il cosiddetto “valore di affitto proprio” (Eigen-Mietwert), un fatto che a noi appare come un vero e proprio sopruso. Gli emigrati, come abbiamo sempre sostenuto, hanno gli stessi diritti costituzionali di chi vive in Italia, al di la degli orpelli e dei complicati accordi internazionali. Ed è in tal senso che rivolgiamo al Governo italiano e alle nostre rappresentanze diplomatiche un invito e un appello a volerci vedere chiaro. Si tratta, infatti, non solo di difendere i legittimi interessi di cittadinanza dei nostri connazionali, ma anche di difendere e preservare un patrimonio straordinario che l’Italia ha all’estero.

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