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Dichiarazione fiscale svizzera e beni posseduti all'estero

In diversi cantoni si è già chiuso il termine della presentazione della dichiarazione fiscale per la denuncia dei redditi dell’anno 2016. In altri cantoni il termine scade prossimamente. Chi ha richiesto una proroga per la consegna, ha ancora qualche tempo per espletare tale formalità. Di certo, moltissimi comuni saranno sicuramente chiamati ad un lavoro supplementare perché saranno in tanti i contribuenti ad avvalersi quest’anno dell’autodenuncia, esente da pena, che da la possibilità di dichiarare al fisco beni mobili e immobili mai dichiarati prima per motivi diversi. E questo vale per tutti i residenti in Svizzera, a prescindere dalla nazionalità. L’arrivo dello scambio automatico di informazioni finanziarie ai fini fiscali, una procedura che interessa oltre cento Paesi,  è stato la scintilla che induce molti contribuenti a denunciare soprattutto beni mobili (e immobili) posseduti all’estero, per non incorrere a possibili sanzioni. Il metro lo abbiamo avuto attraverso le numerose serate informative che sull’argomento hanno tenuto, in particolare negli ultimi mesi, gli operatori del Patronato Acli in diverse località, tutte non solo affollate ma oserei dire “stracolme” di gente.

 

Ma andiamo con ordine e chiariamo  subito che di fronte a tanto parlare su questo tema, non si scopre di certo l’acqua calda. Presentando nel corso degli anni la dichiarazione fiscale svizzera, a molti è sfuggito che sul formulario da compilare c’è anche una domanda ben precisa che chiede se si hanno dei beni anche all’estero. Ci siamo mai posti il motivo di questa richiesta?

Per quanto ci riguarda, inoltre, fra la Svizzera e Italia vige, già dal 09.03.1976, una Convenzione per evitare la doppia imposizione fiscale. In sintesi essa dispone che i beni mobili (pensioni Inps e pensioni svizzere del primo e secondo pilastro) sono soggetti ad obbligo fiscale nel luogo di residenza del titolare (anche se la pensione viene pagata nell‘altro Stato), i beni immobili (case e terreni) sono soggetti ad obbligo fiscale nello Stato presso cui si trovano tali beni. E di ciò molti italiani erano sicuramente bene informati perché, in tutti questi anni, durante le serate informative che avevano come tema la previdenza sociale, il Patronato Acli ha sempre ricordato che la pensione italiana va dichiarata al fisco svizzero anche se la stessa viene riscossa in Italia.

Ma la stessa convenzione del 1976 prevede inoltre che i beni immobili posseduti nell‘altro Stato sono comunque da denunciare al fisco del Paese di residenza. Ciò al solo fine di determinare l‘aliquota di tassazione (calcolata sul reddito complessivo) ma applicabile al solo reddito fiscale soggetto nel Paese di residenza.

La denuncia degli immobili “italiani” non è mirata allo scopo di essere tassati sugli stessi beni in quanto le relative imposte sono previste in Italia (vedi prima Ici, poi Imu, Tarsi, Tari, Irpef ecc.).

Ma i beni che si posseggono all’estero vengono considerati “patrimonio” e concorrono a formare (insieme ai redditi svizzeri) l’aliquota da applicare ma al “solo reddito svizzero”. In altre parole, se sulla base del solo reddito svizzero dichiarato dovrei pagare il 10% di tasse, conteggiando anche i beni in Italia è possibile che l’aliquota salga all’11%. Dunque al fisco svizzero pagherò l’11% (e non il 10) ma sempre sul “solo reddito svizzero”.

 

Ma allora, se dal 1976 è stato sempre così perché solo in questi ultimissimi anni, e in un crescendo rossiniano, si è sentito parlare di dichiarare anche i beni posseduti all’estero? Sostanzialmente per due motivi già accennati:

1) Dal 2010, la legge svizzera prevede una “autodenuncia” fiscale esente da pena. In tal

    modo i contribuenti sono motivati a portare alla luce, e quindi legalizzare, eventuali

    redditi e patrimoni non dichiarati prima.

 

2) Dal 01.01.2017 è in vigore giuridicamente lo scambio automatico di informazioni

    finanziarie a fini fiscali che mira a impedire che vengano occultati all’estero capitali

    finanziari sottratti al fisco del Paese di residenza.

 

Lo scambio automatico è in altre parole l’informazione reciproca fra i vari Paesi di conti finanziari per una tassazione completa e trasparente da parte di tutti i cittadini. Di quali conti si tratta? Conti bancari e postali, conti di deposito, assicurazioni sulla vita, partecipazioni a società di investimenti.

Chiunque pertanto è titolare all’estero di uno o più conti prima denominati è coinvolto dallo scambio automatico dei dati che avviene come indicato nel grafico pubblicato su questa pagina.

 

 

 

 

 

Il primo scambio dei dati con l’estero avverrà a partire dall’autunno del prossimo anno ed esso non comprende, come abbiamo visto, la comunicazione degli immobili (case e terreni). Nel frattempo, alla Convenzione fra Italia e Svizzera del 1976 (che resta sempre valida) è stato aggiunto un Protocollo firmato il 23.02.2015, approvato poi rispettivamente dal Parlamento italiano e da quello svizzero, entrato in vigore il 13.07.2016 e che adegua appunto lo scambio di informazioni finanziarie fra i due Paesi.

Ora, a prescindere da questo scambio di informazioni, ai sensi della Convenzione, già dal 1976 i residenti in Svizzera sono tenuti a denunciare al fisco i beni posseduti in Italia. Chi non l’ha ancora fatto può appunto avvalersi di questa “autodenuncia” esente da pena e sanzioni. Naturalmente questo deve avvenire prima che il fisco svizzero ne prende conoscenza per altre vie. La possibilità dell’autodenuncia è concessa solo una volta: dunque a questo punto occorre dichiarare tutto senza tralasciare alcun bene. Come detto, non vengono applicate multe o sanzioni ma l’ufficio fiscale ha la possibilità di ricalcolare le tasse degli ultimi dieci anni e quindi, quasi sicuramente, si dovrà pagare la differenza fra quello già pagato e quello effettivamente da pagare attraverso la denuncia di quanto non dichiarato prima.

L’autodenuncia può avvenire tramite lo stesso formulario della dichiarazione dei redditi, evidenziando che si tratta di beni posseduti ma mai dichiarati prima o anche attraverso una breve comunicazione scritta. Cosa occorre allegare: per i conti i rispettivi estratti da chiedere al competente istituto, per gli immobili sicuramente la visura catastale anche se poi sarà lo stesso ufficio fiscale a chiedere eventuale ulteriore documentazione (esempio, una stima dell’immobile). Chi non è in possesso della visura catastale, gli uffici del Patronato Acli sono abilitati a richiederla su espressa richiesta dell’interessato attraverso copia del passaporto o carta di identità e codice fiscale.

 

Infine segnaliamo il grosso problema per coloro che hanno beneficiato (e beneficiano) di aiuti o prestazioni complementari e sociali senza aver dichiarato l’intero patrimonio posseduto anche all’estero e che oggi non sono in regola neanche con il fisco. Dal 01.10.2016 è in vigore una norma penale che punisce il reato di truffa agli enti assistenziali. Occorre pertanto denunciare senza indugio i beni all’estero anche all’ente sociale di competenza che eroga la prestazione.

 

Concludendo sarebbe forse opportuno riconsiderare la citata Convenzione del 1976 nata per impedire di fatto la doppia imposizione ed evitare, quindi, che il contribuente paghi le imposte un due paesi diversi per gli stessi redditi o sugli stessi beni. Sono infatti molti che ritengono invece che con queste regole si profila una  doppia imposizione sui beni immobili, dal momento che viene prevista un’imposizione sia pure soltanto per stabilire la determinazione dell’aliquota. Ma questo è un problema squisitamente politico e che in ogni caso andava già affrontato nel 1976 e nell’immediato, mentre invece sono trascorsi oltre 40 anni senza che nessuno se ne sia mai accorto. Ma non è mai troppo tardi.

 

Gaetano Vecchio

(Patronato ACLI Aarau)

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